Gli scemi di guerra: leggenda o realtà?

Un problema che nel belpaese comincia ad essere percepito in ambito clinico e sociale, proprio nel corso della prima guerra mondiale.

Riflessi di una guerra spietata e che metteva a dura prova gli animi. A contribuire ad una crescente diffusione e ad una maggiore attenzione ai casi psichiatrici, da considerare come pazienti "a tutti gli effetti", nel 1904 in Italia, è l'apertura dei manicomi.

La causa di questi disturbi, all'epoca della Grande Guerra, viene attribuita al frastuono dei bombardamenti o all'avvelenamento da monossido di carbonio. Presto questa spiegazione diventa però insufficiente a giustificare, tra le altre cose, il perchè anche soggetti distanti dall'azione di guerra, riportino queste lesioni cerebrali, per cui alla prima ipotesi se ne affianca un'altra. Nel 1917 si inizia perciò a parlare, sulla scia delle analisi del neurologo francese Joseph Babinski, di isteria femminile. Cioè si accostano i fenomeni di isteria a simulazioni messe in atto con l'intento di non combattere ed essere congedati dal fronte.

Per contrastare questo tipo di quadro clinico, la risposta a livello di trattamenti consiste soprattutto in aggressioni verbali e in faradizzazioni, ossia scosse molto potenti di corrente elettrica messe in atto per combattere il mutismo o l'immobilità, i tratti più comuni ai malati di mente. È possibile che questa teoria nascesse dalla volontà di nascondere i veri effetti negativi della guerra sul disagio psichico, in un paese in cui vigeva l'obbligo della leva militare, trasformando quindi il ruolo della guerra in uno strumento per individuare problematiche mentali in persone già soggette al disturbo mentale. 

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