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Recupero dei caduti della Grande Guerra: il nuovo protocollo tra Difesa e Cultura. Una svolta attesa da anni?

 

L'accordo del 28 ottobre 2026 riconosce l'importanza della metodologia archeologica e delle analisi scientifiche nel recupero dei resti dei caduti. Un passo significativo che arriva dopo anni di dibattiti sulle procedure adottate e sulle possibilità di identificazione dei militari ancora dispersi.

Il 28 ottobre 2026, presso il Complesso Monumentale del San Michele a Roma, è stato sottoscritto un protocollo d'intesa tra il Ministero della Difesa e il Ministero della Cultura, dedicato al recupero dei resti mortali dei caduti sui fronti di guerra. L'accordo riguarda i conflitti del Novecento e si propone di rafforzare la collaborazione tra le istituzioni attraverso l'integrazione delle competenze archeologiche, antropologiche, forensi e storico-documentarie. Per chi si occupa da anni di archeologia della Grande Guerra, la notizia merita particolare attenzione. Il protocollo riconosce infatti alcuni principi sostenuti da tempo dalla comunità scientifica: la necessità di documentare il contesto di rinvenimento, di applicare metodologie archeologiche rigorose e di considerare ogni recupero come un'occasione di ricerca storica e, quando possibile, di identificazione personale. La questione riguarda direttamente le migliaia di soldati che, a oltre un secolo dalla fine del conflitto, risultano ancora dispersi e i cui resti possono riemergere lungo gli antichi fronti.

Per molto tempo il recupero dei resti dei caduti è stato affrontato prevalentemente attraverso una prospettiva commemorativa e funeraria. Una volta individuati, i resti venivano raccolti e destinati alla sepoltura, spesso nei sacrari militari. Queste operazioni hanno consentito di sottrarre numerosi caduti all'abbandono, ma le metodologie utilizzate non sempre hanno permesso di conservare le informazioni presenti nei luoghi di ritrovamento. Oggi sappiamo che la disposizione delle ossa, la posizione degli oggetti personali, le caratteristiche del terreno e i rapporti stratigrafici possono fornire indicazioni fondamentali sulle circostanze della morte. Un bottone, un frammento di uniforme, un piastrino di riconoscimento o un semplice oggetto di uso quotidiano possono contribuire a ricostruire la storia di un soldato. Il loro valore documentario dipende anche dalla possibilità di stabilire con precisione dove e come siano stati rinvenuti. Una volta alterato il contesto archeologico, alcune informazioni possono andare perdute definitivamente. È proprio su questo aspetto che il nuovo protocollo potrebbe rappresentare un progresso significativo, favorendo una maggiore uniformità delle procedure e una collaborazione sistematica tra gli enti competenti.

Nell'agosto 2024 il ritrovamento dei resti di due soldati della Prima guerra mondiale sulla Marmolada aveva riacceso il dibattito sulle modalità di recupero. I corpi erano stati individuati da un dipendente degli impianti di risalita e, dopo le segnalazioni alle autorità competenti, erano stati recuperati dal Soccorso Alpino della Guardia di Finanza. In un articolo pubblicato il 22 agosto 2024 su RiccardoRavizza.com, avevo sollevato alcune questioni relative alle modalità dell'intervento, alla documentazione del contesto e alle informazioni diffuse sull'eventuale appartenenza dei militari a determinati reparti. Le domande riguardavano soprattutto la possibilità di effettuare indagini archeologiche prima della rimozione dei resti e il destino dei reperti associati. La riflessione nasceva dalla consapevolezza che, a oltre cent'anni dalla morte di quei soldati, ogni nuovo ritrovamento rappresenta un'occasione potenzialmente irripetibile per tentare di identificarli. A distanza di due anni, il protocollo tra Difesa e Cultura sembra recepire proprio questa esigenza, riconoscendo l'importanza della metodologia archeologica stratigrafica e delle analisi scientifiche. Resta da verificare come questi principi verranno tradotti in procedure operative, soprattutto nei casi di ritrovamenti occasionali in ambienti montani, glaciali o difficilmente accessibili.

Un approccio differente è documentato nel recupero di due soldati austro-ungarici sul Monte Civerone, nel territorio di Borgo Valsugana. I resti, attribuiti a militari caduti durante i combattimenti del maggio 1916, erano stati individuati a circa 1.032 metri di altitudine, insieme a oggetti di equipaggiamento militare. L'intervento aveva coinvolto l'Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, gli uffici provinciali competenti per i beni archeologici, un archeologo specializzato e altri esperti di storia militare. Le operazioni avevano permesso di documentare la disposizione dei resti e degli oggetti associati, raccogliendo informazioni utili alla ricostruzione del contesto storico. Un elemento particolarmente significativo riguardava la possibile alterazione della giacitura originaria, attribuita a precedenti attività non autorizzate. Il caso dimostra quanto sia importante intervenire con tempestività e con personale qualificato, anche per evitare che attività di ricerca indiscriminata possano compromettere le evidenze archeologiche. Esperienze come quella del Monte Civerone mostrano che la collaborazione tra istituzioni e specialisti è già una realtà in alcuni territori. Il nuovo accordo potrebbe contribuire a consolidare e diffondere queste pratiche.

Tra i materiali associati ai resti dei soldati, i piastrini di riconoscimento rivestono un'importanza particolare. La loro funzione era quella di consentire l'identificazione dei militari in caso di morte, ma l'efficacia dei diversi modelli adottati durante la Prima guerra mondiale fu molto variabile. Le condizioni ambientali, la corrosione dei materiali e le modalità di conservazione hanno spesso compromesso la leggibilità dei dati. In un precedente articolo pubblicato su RiccardoRavizza.com, Alberto Donadel ha analizzato diversi casi nei quali il ritrovamento di un piastrino ha consentito di attribuire un'identità a resti rimasti sconosciuti per decenni. Tra questi figura Attilio Cesari, nato a Gaiole in Chianti nel 1887 e dichiarato disperso nel maggio 1916. I suoi resti furono ritrovati nel 2007 sull'altopiano dei Fiorentini, in località Costa d'Agra. Un altro caso significativo riguarda Gildo Giuseppe Tonellotto, granatiere nato a Cittadella nel 1886, i cui resti vennero recuperati sul Monte Cengio nel 2009. Il piastrino, conservato all'interno di uno scarpone, ne permise l'identificazione. Particolarmente interessante è anche la vicenda di Pietro Schiavetti, caporalmaggiore del 5° Reggimento Alpini, i cui resti furono rinvenuti nel 1996 nella zona del Passo del Dito, sull'Adamello. Il piastrino consentì di identificarlo e successive ricerche storiche permisero di correggere le informazioni relative alla sua scomparsa, erroneamente registrata negli elenchi ufficiali. Questi esempi mostrano il ruolo fondamentale della cultura materiale nell'identificazione dei caduti. Allo stesso tempo, ricordano che il ritrovamento di un piastrino deve essere valutato all'interno del contesto archeologico. La presenza di un oggetto identificativo vicino a uno scheletro, da sola, non garantisce necessariamente che appartenga a quel soldato.

Le moderne indagini sui resti umani possono avvalersi di discipline differenti. L'archeologia documenta il luogo di rinvenimento e le relazioni tra i materiali. L'antropologia biologica studia i resti scheletrici, contribuendo alla stima dell'età alla morte, del profilo biologico e all'individuazione di eventuali lesioni. Le analisi genetiche possono fornire ulteriori elementi di identificazione, soprattutto quando esistono campioni di confronto appartenenti a familiari biologici. La ricerca archivistica permette invece di confrontare le informazioni raccolte con i documenti militari dell'epoca: ruoli matricolari, elenchi dei dispersi, registri sanitari, diari storici dei reparti e documentazione relativa alle sepolture. Il successo di un'identificazione dipende dall'integrazione di queste informazioni. Occorre inoltre ricordare che le analisi genetiche presentano limiti concreti, legati allo stato di conservazione del materiale biologico, alla disponibilità di campioni comparativi e alle risorse necessarie. Per questo motivo, anche quando l'identificazione personale non è raggiungibile, un'indagine scientifica può comunque produrre risultati storicamente importanti.

Il protocollo sottoscritto il 28 ottobre costituisce un riconoscimento istituzionale importante, ma il suo valore dovrà essere valutato attraverso l'applicazione concreta. Vi sono alcuni aspetti sui quali sarebbe utile ottenere chiarimenti. Il primo riguarda le procedure da adottare in caso di ritrovamento occasionale. Spesso i resti vengono individuati da escursionisti, operatori forestali, personale degli impianti di risalita o durante lavori sul territorio. In queste circostanze occorre stabilire come garantire la tempestiva segnalazione e, quando le condizioni lo consentono, la conservazione del contesto fino all'intervento degli specialisti. Il secondo riguarda le competenze professionali. Gli interventi richiedono archeologi, antropologi, esperti di storia militare e, in determinati casi, genetisti e specialisti forensi. Sarà importante comprendere come verranno individuate e coordinate queste figure. Un terzo aspetto riguarda le risorse economiche. Le analisi scientifiche, la conservazione dei reperti e le ricerche archivistiche possono richiedere tempi lunghi e costi significativi. Vi è poi la questione della gestione delle informazioni raccolte. La documentazione prodotta durante i recuperi dovrebbe essere conservata e resa accessibile, nei limiti consentiti dalla normativa, per favorire successive ricerche e possibili identificazioni. Infine, sarebbe auspicabile una maggiore attenzione alla divulgazione dei risultati. I ritrovamenti suscitano spesso un forte interesse pubblico, ma le notizie si concentrano prevalentemente sul momento della scoperta. Molto più raramente vengono comunicati gli esiti delle indagini successive.

Negli ultimi decenni l'archeologia dei conflitti contemporanei ha acquisito un'importanza crescente, contribuendo allo studio di trincee, fortificazioni, baraccamenti, sepolture e campi di battaglia. Le ricerche hanno permesso di approfondire aspetti della vita quotidiana dei soldati che spesso trovano uno spazio limitato nella documentazione scritta. Anche l'editoria specializzata ha contribuito alla diffusione di queste conoscenze. Nel 2023 Ravizza Editore ha pubblicato il volume Archeologia della Grande Guerra. Storia, legislazione e casi di studio, di Alberto Donadel, dedicato proprio all'evoluzione della disciplina, al quadro normativo e alle esperienze di ricerca sul campo. Un altro contributo significativo è rappresentato dal volume di Sofia Trivellato, Chi sono i recuperanti di oggi? Analisi sul fenomeno della ricerca e raccolta dei reperti della Grande Guerra, pubblicato da Ravizza Editore nel 2024, a cura di Nicola Cappellozza. Il lavoro approfondisce il fenomeno contemporaneo dei recuperanti, analizzando le motivazioni, le pratiche e le problematiche legate alla ricerca e alla raccolta dei materiali sui luoghi della Prima guerra mondiale. Il rapporto tra ricerca amatoriale, collezionismo, tutela del patrimonio e attività scientifica costituisce infatti una questione ancora aperta, che merita attenzione anche alla luce del nuovo accordo istituzionale. La conoscenza del territorio e l'esperienza maturata da chi frequenta da decenni gli ex campi di battaglia possono rappresentare risorse importanti, purché inserite in un quadro di collaborazione e nel rispetto delle disposizioni vigenti. Il nuovo protocollo rappresenta un'occasione per rafforzare il dialogo tra istituzioni, ricercatori e professionisti che operano in questo settore. Sarebbe auspicabile che le competenze maturate attraverso anni di studi e interventi potessero essere valorizzate anche nella definizione delle future procedure operative.

Un ultimo aspetto merita particolare attenzione: la nazionalità dei militari recuperati. Gli antichi campi di battaglia italiani conservano ancora i resti di soldati appartenenti a eserciti differenti. Italiani, austro-ungarici e militari di altre nazionalità condividono spesso gli stessi luoghi di morte. La ricerca archeologica deve garantire a ciascuno di loro il medesimo rigore scientifico, indipendentemente dall'uniforme indossata. La possibilità di ricostruire le loro vicende individuali può inoltre favorire la collaborazione con archivi, istituzioni e ricercatori stranieri, particolarmente importante nel caso dell'ex Impero austro-ungarico, i cui soldati provenivano da territori oggi appartenenti a numerosi Stati europei.

Il protocollo tra Ministero della Difesa e Ministero della Cultura costituisce dunque un passaggio importante per il futuro dei recuperi dei caduti sui fronti della Grande Guerra e dei conflitti successivi. Il riconoscimento della metodologia archeologica e dell'approccio multidisciplinare risponde a esigenze emerse chiaramente negli ultimi decenni, anche attraverso casi che hanno evidenziato i limiti delle procedure tradizionali. Le esperienze positive già documentate dimostrano che esistono competenze e metodologie capaci di produrre risultati significativi. La sfida sarà renderle applicabili in maniera sistematica, assicurando continuità agli interventi e alle indagini successive. Ogni ritrovamento conserva informazioni che hanno attraversato più di un secolo. Alcune potranno contribuire a restituire un'identità ai caduti, altre permetteranno di comprendere meglio gli eventi e le condizioni in cui morirono. L'auspicio è che il nuovo accordo consenta di valorizzare pienamente queste testimonianze, evitando che informazioni storiche ancora recuperabili vadano definitivamente perdute.

Riccardo Ravizza – Ravizza Editore

29 ottobre 2026


Fonti e approfondimenti

  • Ministero della Difesa, Protocollo d'intesa tra il Ministero della Difesa e il Ministero della Cultura per il recupero dei resti mortali dei Caduti sui fronti di guerra, 28 ottobre 2026.

  • Riccardo Ravizza, Marmolada: Archeologia della Grande Guerra indietro di 30 anni, 22 agosto 2024.

  • RiccardoRavizza.com, Nuovo recupero sul Monte Civerone: l'importanza della metodologia archeologica nella preservazione della memoria storica.

  • Alberto Donadel, Il piastrino mod. 1892 fu davvero un flop?, RiccardoRavizza.com.

  • Alberto Donadel, Archeologia della Grande Guerra. Storia, legislazione e casi di studio, Ravizza Editore, Varese, 2023.

  • Sofia Trivellato, Chi sono i recuperanti di oggi? Analisi sul fenomeno della ricerca e raccolta dei reperti della Grande Guerra, a cura di Nicola Cappellozza, Ravizza Editore, Varese, 2024.

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