Collezionisti o musei mancati? La verità che nessuno dice

Nel mondo del collezionismo militare, soprattutto legato alla Prima e alla Seconda guerra mondiale, esiste una narrazione che ritorna spesso.


Chi accumula oggetti, cimeli, documenti, tende a raccontarsi – e a raccontare agli altri – che tutto questo un giorno servirà a creare un museo, a restituire qualcosa al pubblico, alla storia, alla collettività.
È una bella idea. Funziona. Suona bene. Ma nella maggior parte dei casi non è la verità.

La realtà è molto più semplice e molto più umana: il collezionismo nasce da un bisogno personale. Dal desiderio di possedere, di costruire qualcosa di proprio, di dare forma a una passione che spesso diventa anche rifugio, identità, soddisfazione. Non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi. Il problema nasce quando si cerca una giustificazione più nobile per legittimarlo, verso gli altri o verso sé stessi:
“Lo faccio per il museo.” - “Un giorno sarà pubblico.” - “È per la memoria collettiva.” Frasi che servono più alla coscienza che alla realtà.

Negli anni del centenario della Prima guerra mondiale si è assistito a una vera corsa al museo.
Tutti volevano fare il proprio. Collezionisti, associazioni, piccoli comuni. Spesso sostenuti da fondi pubblici, da entusiasmo diffuso, da una certa spinta culturale del momento.
Poi è passato il tempo... Oggi molti di quei musei sono vuoti. Non solo di visitatori, ma spesso anche di vita. Orari ridotti, aperture su richiesta, in alcuni casi nemmeno più accessibili. In diversi piccoli comuni manca persino il personale per tenerli aperti.
Chi prova ad accedervi lo sa bene: telefonate senza risposta, appuntamenti impossibili, porte chiuse. La verità è che il pubblico, semplicemente, non c’è. O meglio: non c’è nella misura che ci si era raccontati.



Un oggetto, quando è nelle mani di un collezionista, ha un valore enorme. Non solo storico, ma emotivo, identitario. Viene studiato, fotografato, raccontato, valorizzato.
Quando quello stesso oggetto entra in una collezione pubblica, cambia tutto. Diventa uno tra tanti. Perde il contesto personale. Richiede uno sforzo attivo da parte del visitatore per essere compreso.
E quello sforzo, nella maggior parte dei casi, le persone non lo fanno.
Il risultato è evidente: esistono collezionisti che hanno costruito in casa veri e propri musei, spesso più curati, più vivi e più significativi di tante realtà pubbliche. Musei che però restano privati, e che alla fine appagano soprattutto chi li ha creati. Ed è giusto così!

Il punto centrale è questo: il collezionismo storico non è per tutti. Non lo è mai stato.
È una passione profonda, che richiede tempo, studio, sensibilità. Non si può pensare che, una volta trasformata in esposizione pubblica, diventi automaticamente interessante per chiunque. Non funziona così.
Per questo inseguire a tutti i costi l’idea del museo pubblico rischia di essere un’illusione. Una “vulgata” che circola da anni e che continua ad alimentare aspettative poco realistiche.
Forse è il momento di dirlo chiaramente: il collezionismo è, prima di tutto, una soddisfazione personale.
È costruire qualcosa che parla a chi lo crea. È conservare oggetti che hanno senso per chi li capisce davvero. È dare valore a ciò che altrimenti andrebbe perso.

Accettare questa realtà non significa sminuire il collezionismo. Significa renderlo più autentico.
Perché una collezione senza narrazioni di facciata ha un valore ancora più forte. È il risultato di passione vera, di ricerca, di sacrificio, soprattutto è qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato!

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