Editoria in crisi: criticità e cosa fare per pubblicare un libro nel 2026
Negli ultimi anni parlare di crisi dell’editoria non è più una forzatura né un luogo comune, ma una constatazione quotidiana per chi lavora davvero nel settore.

I dati lo confermano, ma prima ancora lo conferma l’esperienza diretta: vendite frammentate, attenzione sempre più instabile, difficoltà crescenti nel far arrivare un libro al suo pubblico naturale. Il problema non è solo economico, ma culturale, strutturale e, in parte, anche generazionale.
Una delle criticità più evidenti è la progressiva perdita di attenzione verso la lettura e, più in generale, verso contenuti che richiedano tempo, concentrazione e spirito critico. Oggi gran parte dell’attenzione delle persone viene assorbita dai social media, che propongono contenuti rapidi, accattivanti, spesso costruiti per essere consumati in pochi secondi. Dal mio punto di vista di editore e appassionato di storia, non è una questione di demonizzare lo strumento in sé, ma di riconoscere che una grande quantità di questi contenuti, pur essendo popolari, non lascia nulla sul piano culturale o intellettuale. Si tratta di un consumo continuo che occupa tempo e attenzione, senza produrre conoscenza, memoria o crescita. In questo contesto, il libro — soprattutto quello di saggistica, di storia o di ricerca — parte inevitabilmente svantaggiato.

A questo si aggiunge una difficoltà crescente nel rendere “visibile” un libro. Pubblicare oggi non significa più semplicemente stampare e distribuire, ma competere in uno spazio saturo, dove l’offerta è enorme e la capacità del lettore di orientarsi è sempre più limitata. Anche testi seri, basati su fonti originali, diari manoscritti, memoriali o ricerche storiche accurate rischiano di rimanere invisibili se non accompagnati da un lavoro costante di comunicazione e spiegazione del loro valore.
Dal punto di vista della distribuzione, poi, la situazione è diventata negli anni sempre più complessa, soprattutto per i piccoli editori. Nella mia esperienza diretta ho constatato come una parte significativa delle vendite si sia ormai spostata quasi esclusivamente online. Questo, in teoria, dovrebbe rappresentare un’opportunità. In pratica, però, si crea spesso una situazione paradossale: il piccolo editore si trova a competere con il proprio stesso distributore o con i grossisti che acquistano dal distributore. Questi soggetti, grazie a maggiori risorse, riescono a essere più visibili attraverso campagne di marketing aggressive, spedizioni gratuite o sconti che l’editore non può permettersi senza erodere completamente i margini. Il risultato è che il libro viene venduto altrove, mentre il sito dell’editore — che ha investito nella ricerca, nella produzione e nella cura editoriale — fatica a intercettare il pubblico.

Il rapporto con le librerie fisiche, inoltre, è diventato sempre più difficile. Le grandi catene raramente ordinano titoli di editori indipendenti, soprattutto se si tratta di saggistica specialistica o di nicchia. Le librerie più piccole, quando mostrano interesse, lo fanno quasi esclusivamente su ordinazione o con quantitativi minimi, evitando qualsiasi investimento reale. Nella maggior parte dei casi si parla di conto vendita, una pratica che, nella realtà dei fatti, finisce spesso per danneggiare l’intero sistema. Un libro in conto vendita tende a rimanere sugli scaffali senza una reale spinta alla vendita, creando immobilizzi, rallentamenti logistici e una falsa presenza sul mercato che non si traduce in lettori reali.
Tutto questo rende evidente come la crisi dell’editoria non sia riducibile a un singolo fattore, ma sia il risultato di una serie di dinamiche che si alimentano a vicenda: perdita di attenzione culturale, iperproduzione di titoli, concentrazione del mercato, difficoltà distributive e scarso investimento sulla promozione dei contenuti di qualità.
In questo scenario, il ruolo dell’editore non può più limitarsi alla funzione tradizionale di selezionare, stampare e distribuire. Nel mio lavoro ho imparato che pubblicare significa assumersi la responsabilità di accompagnare un contenuto nel mondo reale, costruendo un percorso che va dalla ricerca alla scrittura, dalla forma editoriale alla comunicazione, fino al lettore finale. Non esiste una separazione netta tra autore ed editore: ogni progetto serio nasce da un confronto continuo sui contenuti, sul contesto storico, sul linguaggio, sulle immagini e anche su come quel libro potrà essere compreso, trovato e utilizzato.
Un libro di storia, un diario manoscritto, un saggio storico o un memoriale non si improvvisano e non si “lanciano” come un prodotto qualsiasi. Richiedono tempo, cura e una visione a lungo termine. In un mercato saturo e fragile, l’unica strada possibile è quella di lavorare sulla qualità, sulla chiarezza e su una comunicazione onesta, capace di spiegare perché quel libro esiste e perché merita attenzione.
Dirigere una casa editrice indipendente che si occupa di storia, collezionismo, archeologia, diari manoscritti e fonti originali mi ha insegnato una cosa molto semplice: pubblicare un libro non è la parte più difficile. Spesso è solo il primo passo. La fase più complessa arriva dopo, quando bisogna fare in modo che quel contenuto raggiunga davvero qualcuno. Non basta che un libro sia corretto, documentato o ben scritto: deve essere comprensibile, riconoscibile e trovare il suo pubblico in un mercato editoriale, come abbiamo visto, oggi saturo e in forte difficoltà... il semplice “mettere in vendita” un libro non è più sufficiente. Per questo un progetto editoriale funziona solo quando autore ed editore lavorano insieme, non come ruoli separati ma come parti dello stesso percorso.
Un libro non inizia a vivere quando esce dalla tipografia. Inizia a vivere quando qualcuno lo legge e riconosce in quelle pagine qualcosa che valeva la pena salvare dall’oblio.
— Riccardo Ravizza